Il Flat secondo Harris …

1970, cittadina di Hertford nell’ Hertfordshire, Steve e Lester Harris assieme all’ Amico Stephen Bayford fondano la Harris Performance. Una società mossa dalla passione per le motociclette e il mondo delle corse, che porta i tre Inglesi ad un rapido successo in Inghilterra e in seguito in tutta Europa. Si specializzano nella produzione di componenti per il mondo race compreso i telai che come si sa, sono parte fondamentale delle motociclette da corsa. In un decennio arrivano ad essere un vero riferimento anche per factory ufficiali tanto che marchi come Suzuki, Kawasaki, Honda e Yamaha usano telai Harris per le moto da corsa impegnate nei vari campionati del mondo per superbike. Anche una produzione di moto Harris metterà sulle strade inglesi oltre 5000 motociclette oggi molto ricercate dai collezionisti del made in UK. Per i marchi Inglesi Triumph e Royal Einfeld, Harris produce componenti e telai per le corse dei campionati del Regno Unito.

Dal 2008 Harris rafforza anno dopo anno una collaborazione con Eicher Motors Ltd, attuale proprietario di Royal Einfeld che nel 2015 acquisirà la Harris Performance. Con il dipartimento di ricerca di Royal, vengono progettati e testati i telai che equipaggiano le produzioni delle nuove bicilindriche “Interceptor e Continantal GT”. Una nuova serie prodotta senza velleità da supermoto ma che ha riscontrando un notevole successo complice lo stile vintage e la semplicità di utilizzo. Ma come si sa, Harris ha il sangue color corsa e non ha resistito alla tentazione di creare un telaio da Flat Track nel quale ha imprigionato il nuovo motore bicilindrico di Royal Einfeld, adeguatamente potenziato e portato con orgoglio sulla terra battuta. Ma scopriamo assieme cosa hanno combinato i ragazzi dello Hertfordshire.

Il telaio si presenta color metallo con saldature orgogliosamente a vista ed eseguite con tecnica di saldo brasatura, di geometria a doppia culla prevede alcuni rinforzi nella parte frontale, sotto i radiatori per il raffreddamento del’ olio mentre due traversi a formare un delta di rinforzo sulle testate sono la soluzione per irrigidire la zona del canotto sterzo. Quest’ ultimo con un sistema che permette un movimento del rake di 4° utili per la guida nel Flat Track. Un forcellone a geometria mista, prevede travi in profilo rettangolare, sovrastate da tubi saldati ai quali si collega la sospensione Öhlins TTX36. Ad occuparsi dell’ avantreno troviamo sospensioni da 41 millimetri con fodero classico e di produzione Öhlins, imprigionate in piastre di alluminio produzione Harris.

La splendida Flat si appoggia al suolo tramite cerchioni RSD Traction in alluminio, equipaggiati con coperture Dunlop DTR da 19 pollici. Assente come da regolamento il freno anteriore ma presente un posteriore di razza serie Brembo a due pistoncini. Considerando che questa è una motocicletta da corsa, il modesto bicilindrico Royal aveva bisogno di un brio diverso ed ecco che il “Dottor” S&S Cycle ha portato la cubatura da 650 a 750 c.c. che abbinata ad una centralina modificata permette di far scivolare sulla terra battura e di traverso la splendida Flat. Pochi interventi estetici al motore che si fa notare con il classico alluminio e carter arrotondati molto bello da vedersi anche in questa versione Flat.

Come noto, le motociclette da Flat Track si presentano con scocche minimal e questa Harris non fa eccezione. Si nota invece una certa innovazione anche nella sovrastruttura, realizzata in carbonio da Scorpion Composites e P3 Composites. partners del centro Royal Einfeld. Il serbatoio realizzato in alluminio è attaccato al telaio direttamente e coperto dalla scocca in carbonio alla quale è stato depositato un brillante trasparente che lascia a vista la trama del tessuto. Con grafica semplice e parlante dal numero 01 “nuova avventura” della storia Harris, ci auguriamo di vedere multipli di bicilindrici Royal Einfeld correre sugli ovali d’ Europa, magari anche in un monomarca Italiano……………..

Sognare è bello ed economico…..

Bear”34.

Foto da; https://www.bikeexif.com/

Adieu Monsieur L’Africain

E’ una notte triste al bivacco. Questo freddo porta con se una notizia che è dura da mandare giù anche con il miglior whisky.

Hubert Auriol ci ha lasciati…………

Vorrei  raccontarvi  tante cose di lui, un  personaggio che  ha scritto di  suo pugno la storia dei rally raid e in particolare della Paris-Dakar. Hubert Auriol, nato ad Addis Abeba il 7 giugno del 1952 ma cresciuto in Francia, veniva chiamato “l’africano” non solo perché nato in Etiopia. Quel soprannome se l’era guadagnato sul campo, lui e l’Africa sono sempre stati legati a filo stretto e quello che ci ha lasciato in ambito Rally Raid ne è l’espressione più bella, il suo palmarès sarebbe più lungo di questo modesto articolo. L’Africa la sua casa, la Paris-Dakar il palcoscenico che lo vede protagonista sin dal 1979 con una YAMAHA XT 500, vincitore su BMW G/S nel 1988 e 1989 e nel 1992 su Mitsubishi, divenendo il primo pilota a fare la storia del rally vincendolo sia in moto che in auto. Successivamente divenne il direttore generale della Paris-Dakar dove figurò bene anche da manager e quando la corsa si spostò in Sudamerica si dedicò alla creazione di un altro rally raid che onora la sua Africa dal 2008: l’Africa Eco Race.

Uno degli episodi più noti e ormai entrati nella leggenda, lo vede in sella ad una Cagiva nel 1987 alla fine di una Paris-Dakar combattuta faticosamente con Cyril Neveu (quello che ha vinto la prima Dakar, non certo un osso tenero) in testa e con un discreto vantaggio. A circa 20 km dal traguardo sono le sue di ossa a cedere, a causa dell’impatto con delle radici di un albero fuori pista. Un equipaggio in auto lo trova esamine e con le caviglie distrutte. Si fa rimettere in moto e percorre quegli ultimi 20 km con le caviglie rotte cercando di controllare la moto, arrivando al traguardo piangendo dal dolore. Avrebbe potuto chiedere i soccorsi sul posto e ritirarsi, ma finire la tappa per lui valeva più di tutto perché, potè dire ai giornalisti italiani di avvisare il suo Team Manager e i dipendenti Cagiva: “abbiamo battuto la Honda”.  Conquistò una vittoria simbolica che ancora oggi rappresenta il suo stile. E Monsieur l’Africain di stile ne aveva da vendere. Fisico, portamento e sorriso avrebbero potuto fare di lui un attore, si diceva fosse troppo bello per essere un pilota da raid africani. Lo rivedo scendere dalla moto all’arrivo di una tappa, sporco e spettinato mentre si toglie il casco e sorride nonostante tutto. Nessuno spot avrebbe potuto fare meglio in quegli anni. E invece lui oltre che bello era anche fortissimo e ci lascia con la signorilità di un campione genuino dal sorriso gentile.

Grazie Hubert. Purtroppo il tuo roadbook ti ha già portato a fine tappa, ma le tue tracce sono ben visibili e quelli come me le seguiranno ancora per molto tempo.

Buona strada,  dovunque stiate andando.

Rad Sherpa

Foto da; Google.com “Immagini”